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TERZA IMMAGINE
Articolo di Ivo Prandin
 

Pennellate di colori neutri guizzano come scariche elettriche su fotografie in bianconero di musicisti in concerto; ancora altre pennellate lasciano dense tracce di colori accesi sui volti e sugli strumenti: è una invasione e la liscia superficie di grandi fotocolor viene intaccata e cancellata in più parti come un organismo aggredito da una nube di virus o da muffe abrasive.
La lotta che avviene tra le immagini appena uscite dal computer e l’intrusione di scariche di colore finisce quando il pittore Luigi Voltolina depone il pennello.
A quel punto c’è qualcosa di nuovo, una “terza immagine” rispetto a quella originale di diegolandi e a quella di forte impianto grafico del pittore: una fusione fra due linguaggi dell’arte visuale e dunque un’altra cosa.
E se qualche particolare va distrutto nell’immagine “di base”, qualcosa dalla stessa nasce e vive autonomamente.
Le tracce di acrilico – ma anche di pastelli ad olio, di diluente e collage – si sovrappongono a “figure” già formate, complete e sembrano volerle sopraffare: in realtà il pittore tratta con rispetto –e anche qualcosa di più, con timore- l’opera dell’amico fotografo.
Tutto, della loro collaborazione, nasce da una serie di “ritratti” di musicisti che diegolandi ha realizzato dal vivo: la musica, il jazz, appassiona anche Voltolina che, suggestionato dal suono, e, per così dire, sfidato dalla musica, tenta di trasformarla in linee lampeggianti, a volte lievi come le tracce di una lumaca, a volte graffianti.
Onde sonore cristallizzate, sbuffi eterei, luci filanti: il repertorio tecnico viene profuso senza risparmio o pentimenti. Nell’esecuzione dei suoi interventi, Voltolina sembra ascoltare una colonna sonora alla quale reagisce improvvisando, con i pennelli, le sue personali variazioni.
E, contro la forza del proprio estinto, si sforza di trovare un accordo, una sintonia. Con umiltà, certamente, ma anche con scaltrezza di chi è curioso di ciò che sta oltre. All’atto pratico, i musicisti fotografati - da Steve Lacy e Enrico Rava, da Max Urbani a Massimo Donà - sono la partitura e le forme dipinte sono la visualizzazione di un ritmo, di un turbinio di suoni, tracce sismiche di una forte emozione.
Scariche elettrostatiche, vortici, nuvole chiare di una tempesta poetica: l’operazione estetica, la doppia creazione che converge su una tema unico e si risolve in unica opera, è piaciuta ai due autori che hanno deciso di portarla fuori dai propri studi e offrirla al pubblico.
L’incontro fra i due non avviene a livello estetico ma più fisicamente: nel contatto fisico fra pittura e fotografia avvengono scambi molecolari e incontri chimici: il feeling, come avviene tra due musicisti o fra due attori, “è basato su cellule e feromoni”, è stato scritto, e “si trasmette come una reazione chimica, al pubblico in sala”. Sembra scritta per loro.
All’inizio del progetto i due artisti erano consapevoli di un rischio: quel fondere i loro lavori poteva significare alienarsi, rinunciare all’originalità della propria opera. Ma il risultato li ha convinti che l’idea della “fusion” era buona e che ciascuno si sarebbe arricchito dell’esperienza dell’altro.
Perché, in effetti, due realtà sovrapposte si sono fuse in una sola immagine, come un accordo vocale, come un duetto: è questo che vale l’aver trasfigurato qualcosa in altro da sé, in un suono dai molti echi.
Se la fotografia di diegolandi fissa un istante di tempo, un battito di cuore, in un foglio di carta sensibile, uguale per sempre, la pittura del turbinoso Voltolina l’ha scavata e liberato il respiro dal suo blocco di ambra che lo avrebbe trattenuto in animazione sospesa per l’eternità.
I pennelli hanno scagliato i loro lampi opachi su le due gradazioni di colore, il grigio e l’arcobaleno, producendo dinamismo, creando sull’immagine originaria nuovi percorso per lo sguardo.
Come una scrittura stenografica, veloce, espressionistica, la “sovrapposizione semantica” testimonia la vitalità di un ricerca.
E quella che abbiamo prima definito una lotta fra linguaggi, possiamo ipotizzare che sia conclusa, e il vincitore è uno solo: l’arte, l’opera d’arte.

 

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